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Bakhita

Da ”Spe salvi” Benedetto XVI

 

L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni  Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa        speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era  disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella  Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva « redenta», non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti,raggiungere tutti.

 

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le ceneri.. don Tonino Bello

Tornare in polvere è la sorte che apparentemente accomuna uomini e animali. L’essere umano però non è solo carne, ma anche spirito; se la carne ha come destino la polvere, lo spirito è fatto per l’immortalità. Il credente inoltre sa che Cristo è risorto, vincendo anche nel suo corpo la morte. Verso questa prospettiva anch’egli cammina nella speranza. Ricevere la cenere sul capo significa, pertanto, riconoscersi creature, fatte di terra e destinate alla terra ; significa, al tempo stesso, proclamarsi peccatori, bisognosi del perdono di Dio per poter vivere secondo il Vangelo ; significa, infine, ravvivare la speranza del definitivo incontro con Cristo nella gloria e nella pace del Cielo. ”Ogni cosa è seme, ma si fatica a capire che siamo soltanto polvere” Non c’è definizione migliore per il tempo quaresimale. Ogni cammino spirituale profondo è seme e ogni seme fiorirà sulla Croce per poi donare la vita nuova nella Veglia di Pasqua, la madre di tutte le veglie, attraverso la rigenerazione battesimale. Ma è anche il tempo che si premura di ricordarci sin dai suoi inizi, che siamo polvere. Anzi il primo gesto è proprio imporre sul nostro capo della polvere, delle ceneri. Però che fatica capire che siamo polvere! Quale compito impegnativo è a noi affidato in questa Quaresima e in questo tempo di Passione! Capire che siamo polvere e che torneremo alla polvere è spalancare la mente ed il cuore a Dio, tornare a lui. È fare nostro l’invito del Figlio: ”Convertitevi!”. La nostra nullità, la nostra polvere, si illumina allora di salvezza e di eternità. E sarà Pasqua! Risurrezione, vita vera. Cammino di gioia. Sì, perché la Quaresima pur sottolineando tanti elementi al negativo (rinunce, privazioni, digiuni….) non toglie dal cammino cristiano la gioia. La interiorizza. Tutto ciò è per sperimentare una gioia nuova, più piena nella carità. Cenere in testa e acqua sui piedi. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un ”linguaggio a lunga conservazione”. È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine e trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: ”Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello ”shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo ”udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? ”Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare…  sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi. Un grande augurio.

(don Tonino Bello, vescovo)

 

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DONAPHONE

IL COMUNE DI UBOLDO HA ADERITO ALL’INIZIATIVA ”DONAPHONE”,su invito della Caritas Ambrosiana

 

·       ATTIVAZIONE DI UN SISTEMA DI RECUPERO TELEFONI CELLULARI USATI ATTRAVERSO APPOSITI

CONTENITORI –ECOBOX- DA POSIZIONARE PERSSO STRUTTURE PUBBLICHE E /O PRIVATE;

·       CONVENZIONE TRA IL COMUNE UBOLDO-CONSORZIO FARSI PROSSIMO- COOP.VESTI SOLIDALE ONLUS

 

Un’iniziativa per il riciclaggio e riutilizzo di vecchi cellulari, dal forte contenuto ambientale e con scopo sociale:

 

 

La Coop. ”Vesti solidale” e ”Coop Lombardia” hanno elaborato il primo progetto in Italia ai fini del recupero

Solidale dei telefonini cellulari.

I cellulari sono gli accessori che vengono sostituiti con maggior frequenza: la maggioranza diventa rifiuto di difficile smaltimento

dal momento che alcuni componenti usati per la loro costruzione sono dannosi per l’ambiente, come i metalli pesanti piombo,cadmio,

cromo,e le plastiche.

Il problema è grave in Italia dove nessuna società di telefonia mobile recupera sistematicamente l’usato,nonostante il nostro Paese

sia ai vertici nella densità di diffusione dei cellulari con 1,34 apparecchi per abitante.

DA QUI L’IDEA DI ”DONAPHONE”

Gli apparecchi saranno ricommercializzati o opportunamente  lavorati per ottimizzare il recupero dei materiali.

Il RICAVATO sarà utilizzato per finanziare al costruzione di una nuova struttura di accoglienza per donne con bambini in difficoltà.

Non solo. Si occuperà della raccolta la Coop.”Vesti Solidale” che impiega personale svantaggiato

 

 

OCCHIO QUINDI ALLA SCRITTA ‘DONAPHONE’!
E CONTRIBUITE!

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Harry Wu

Mercoledì  23 gennaio presso la sala conferenze del PIME di Milano è stato presentato il libro ”I miei anni nei Gulag cinesi” del professor Harry Wu. Don Giancarlo e una parte del gruppo missionario hanno partecipato all’incontro.

 

Il professor Harry Wu (in Cinese Wu Hongda 吳弘達) è un attivista per i diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese. Ora residente e cittadino degli Stati Uniti, Wu ha trascorso 19 anni nei campi di lavoro cinesi, che poi ha fatto conoscere col termine ‘laogai‘.Proveniente da una famiglia agiata (il padre era banchiere, la madre era una discendente di proprietari terrieri), Wu ricorda la sua infanzia come ‘pacifica e gradevole’, ma la sua fortuna cambiò dopo la fine della guerra civile cinese nel 1949.

Studiò all’Istituto di Geologia di Pechino, dove fu arrestato la prima volta nel 1956 per aver criticato il Partito Comunista Cinese durante la Campagna dei Cento Fiori. Benché mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, nel 1960 fu inviato nei ‘laogai‘ (‘riforma attraverso il lavoro’) con l’accusa di essere un controrivoluzionario. Lì rimase per 19 anni durante i quali fu trasferito in 12 differenti campi e costretto ad estrarre carbone, costruire strade e lavorare la terra. Il tragico racconto di quei 19 anni è raccolto in Bitter Winds (1994), memoria delle sue esperienze nei Laogai (edizione italiana: Contro rivoluzionario. I miei anni nei Gulag Cinesi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2008).

Nel suo libro, scritto insieme alla giornalista Carolyn Wakeman, Harry Wu narra la storia della sua prigionia e della sua sopravvivenza, degli straordinari atti di coraggio che lui e i compagni dovettero praticare per aiutarsi reciprocamente con un indimenticabile eroismo. Con particolari a volte persino raccapriccianti, Wu presenta la vita di prigionia, quando si setacciavano i campi alla ricerca di rane e di serpenti che poi la notte nelle baracche diventavano cibo. Più di una volta al limite della morte e della pazzia, Wu riesce a risalire dagli abissi del nulla, grazie alla forza della dignità personale. Così scrive di questo libro il Los Angeles Times: ”Bitter Winds merita di essere accostato ad Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzhenitsyn quale insuperabile e personale testimonianza di che cosa accadeva a milioni di uomini e donne innocenti”. Il libro è la storia veramente toccante della vittoria di un uomo, è una testimonianza indelebile del potere dello spirito umano. Quando è uscito negli Stati Uniti, la ”New York Times Book Review” ha nominato Bitter Winds ”libro dell’anno”.

Rilasciato nel 1979 durante la liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong, Wu si è trasferito negli Stati Uniti, dove è diventato professore di Geologia all’Università della California, Berkeley.
Lì cominciò a scrivere delle sue esperienze nei Laogai e nel 1992 rinunciò all’insegnamento per diventare un attivista per i diritti umani, dedicandosi a tempo pieno alla diffusione della verità sulla Cina. A questo scopo ha creato la Laogai Research Foundation, organizzazione di ricerca e pubblica educazione non-profit. Il lavoro della fondazione è riconosciuto come fonte primaria di informazioni sui campi di lavoro cinesi. Wu ha testimoniato di fronte a diversi Congressi negli Stati Uniti, al parlamento del Regno Unito, della Germania, dell’Australia, alle Nazioni Unite e, grazie all’interessamento di Alternativa Sociale, anche al Parlamento Europeo.

Nel 1995 Wu, già cittadino statunitense, fu arrestato mentre tentava di rientrare in Cina. Il governo cinese lo trattenne per 66 giorni prima sottoporlo ad un rapido processo in cui lo accusava di spionaggio al termine del quale fu condannato a 15 anni di prigione e subito espulso. Wu attribuisce il suo rilascio ad una campagna internazionale in quei giorni in suo favore.

Wu ha ricevuto il ‘Premio Libertà’ dalla ‘Federazione Ungherese Attivisti per la Libertà’ nel 1991. Nel 1994 ha ricevuto il primo ‘Premio Martin Ennals per i Diritti Umani’ dalla ‘Fondazione Svizzera Martin Ennals’. Nel 1996, fu insignito della ‘Medaglia alla Libertà’ dalla ‘Fondazione Tedesca per la Resistenza della Seconda Guerra Mondiale’. Ha anche ricevuto la laurea ad honorem dall’Università di St. Louis e dalla Università Americana di Parigi nel 1996.

Wu è attualmente Direttore Esecutivo della ‘Laogai Research Foundation’ e del Centro Informazioni sulla Cina. Entrambe le organizzazioni sono situate a Washington DC e sono finanziate principalmente dal National Endowment for Democracy.

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Invito per visitare il presepe dei missionar Comboniani a Venegono Superiore

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due parole sul Natale

IL VERO NATALE DA RICONOSCERE

 

Nello sguardo di Maria e Giuseppe su quel ”figlio particolare”, cui sarà imposto nome di Gesù , è racchiuso il segreto del Natale. Quella famiglia, come ogni famiglia, scriverà una storia di gratuità: ogni vita umana che nasce e cresce in una casa porta il segno di un dono, la promessa di una vocazione.

Eppure il percorso di una famiglia corre parallelamente a storie di rifiuto, di violenza, di non curanza o  di indifferenza ”dell’inquilino della porta accanto”. ”Non c’era posto per loro nella locanda”: le stanze erano tutte occupate e quella creatura è partorita nell’angolo più malmesso, dove parcheggiavano gli animali da trasporto. Questa è la storia vera anche di oggi: non c’è posto per lo straniero, si raccolgono firme per impedire all’altro, allo sconosciuto, di non disturbarci troppo, perché abbiamo altro da fare. La storia di questa famiglia   continua accanto ci sia alla  storia  dei grandi della terra — era in   corso un censimento dell’imperatore   Augusto — e anche oggi c’è chi fa le   statistiche delle giovani vittime sulle  strade, o delle morti bianche sul lavoro, o di chi si diverte a scandagliare i ripetuti drammi dei delitti di famiglia. La famiglia rimane così la sola a custodire, con     discrezione, nel silenzio, nel pianto,  quelle briciole di umanità che le sono   rimaste scritte sul palmo delle mani e  incise negli occhi del cuore.

 

Chi dunque saprà riconoscere ciò che è successo nel vero Natale?

 

Sono i pastori: che custodivano il gregge, quelli che non hanno imparato sui libri a      conoscere cosa sia la vita, ma l’hanno  presa dalle esperienze del duro lavoro

sono i poveri di Javhè, di cui parlano i profeti e saranno ”i poveri di spirito,  perché ad essi è riservato il Regno dei cieli”. 

La via dell’umiltà è una delle vie che conducono a Betlemme, già, l’umiltà: una virtù sempre più rara anche nelle  nostre comunità, dove talvolta, si è disturbati dall’arroganza e dalla presunzione che calpesta l’altro, dove talvolta si ricorre al doppio gioco della non trasparenza.  ”Troverete un bimbo avvolto in fasce, quello è il segno” che per la città degli uomini è sorto un Salvatore. Non è un figlio di papà, ne un rampollo di una ricca discendenza e neppure un applaudito calciatore di fama mondiale, ma semplicemente un      bambino, il cui futuro sarà segnato da una presenza umile e persuasiva che  susciterà nuovi e più profondi interrogativi nel cuore delle folle che lo seguiranno. L’altra strada, che conduce a Betlemme, è quella dei Magi, è la strada della ricerca. ”Abbiamo visto la sua stella e siamo venuti per adorare il bambino”.

È il desiderio di conoscere, di ricercare che spinge a uscire dal villaggio, a non accontentarsi delle proprie abitudini.

Nelle nostre comunità dobbiamo risvegliare il desiderio di approfondire nuovi percorsi di fede, facciamo troppo in fretta a dare i sacramenti a grandi e piccoli, ma poi non ci curiamo più di   segnare i passi per una ricerca di fede lunga, paziente e costruttiva.

Così né il finto credente Erode, che sembra interessarsi di questioni religiose, né il meticoloso scriba, che si limita a consultare il grosso libro di biblioteca, arriveranno mai a Betlemme.

 

Don Giancarlo

 

 

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Dietrich Bonhoffer

 

 

”Un germoglio spuntera’..

Testimone di speranza”

 

Buon Natale dal Gruppo Missionario!

 

”Chi, alla mangiatoia,

depone finalmente

ogni violenza, ogni onore,

ogni reputazione, ogni vanità,

ogni superbia, ogni ostinazione,

chi sta dalla parte degli umili

e lascia Dio solo essere grande,

chi, nel bambino nella mangiatoia,

vede la magnificenza di Dio

proprio nell’umiliazione,

costui festeggerà l’autentico Natale.”

 

DOMENICA 9 DICEMBRE 2007

MERCATINO SOLIDALE

PIAZZA DELLA CHIESA AD UBOLDO

RICAVATO PER LE OPERE

DELLE NOSTRE MISSIONARIE COMBONIANE

 

 

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Un presepe che dura tutto l’anno

Nella cascina di papà Vittorio un presepe che dura tutto l’anno

In dieci attorno al tavolo nella speranza che una «nuova mamma» raccolga il loro appello

 

Quando si entra l’impressione è di trovarsi in una trattoria di campagna, con l’aria che profuma di cibo buono e l’enorme tavolo in legno attorno al quale, sulle panche, mangiano in molti. E c’è un gran daffare tutt’intorno: chi porta pietanze, chi cucina, chi versa il vino dalle brocche. I vetri sono appannati dal vapore e dal calore umano. Fuori il tiepido inverno, dentro un’allegria che sa di tenace affetto. A capotavola un uomo con la barba bianca e il berretto calcato in testa: «Sono cinquant’anni che me lo levo solo a Messa e per dormire», borbotta mentre si alza per accogliere la cronista. È Vittorio, il marito di Gemma, 63 anni come lei. Si alza da tavola per mostrarci la casa, ma prima si volta e raccomanda ai figli: «Iniziate pure, ma uno di voi dica la preghiera».
Sembra un film d’altri tempi, invece siamo in un paesino del Varesotto, nella cascina da 300 metri quadri che Gemma e Vittorio hanno organizzato quasi a caserma: il piano terra per la zona giorno, il primo per le ragazze, la mansarda per i maschi. «Ci abbiamo messo un anno a ristrutturarla», racconta, e per un autotrasportatore come lui non dev’essere stato un sacrificio da poco. «Ma Dio ti restituisce tutto ciò che hai dato – asserisce -: io e Gemma ogni estate andavamo nei campi di lavoro come muratori volontari per tirar su chiese e case. Quando abbiamo avuto bisogno sono venuti tutti, compreso don Pietro».
Aveva ragione Gemma quando, nel cercare una donna che voglia regalare amore e magari sia a sua volta alla ricerca di affetto, ci assicurava: «Portare avanti una famiglia del genere sembra un’impresa ma non lo è, anzi, è molto facile. Ognuno va avanti da sé, c’è chi lava, chi stira, chi fa i letti. E si respira una sintonia rara, lo scriva…». Quando il verdetto dei medici è diventato un conto alla rovescia, Gemma e Vittorio si sono rivolti ad Avvenire «perché la nostra vita è stata tutta improntata alla fede: non cerchiamo una donna qualsiasi, ma una persona credente, che continui nella strada tracciata…».
Le piante di casa sono rigogliose: le curava Gemma. Quattro cani e quattro gatti, suoi naturalmente, la cercano per le stanze. L’albero di Natale è addobbato ma il presepe è piccolo quest’anno: «Lo faceva la mamma», dice Giovanna. Ogni cosa in quella casa parla di Gemma, e saperla in quel letto d’ospedale crea un vuoto ora assurdo e crudele: è qui il suo posto, lo è terribilmente. «Ma la volontà di Dio non si discute – dice Vittorio -. Ci siamo tutti e dieci seduti intorno a questo tavolo e insieme abbiamo deciso il da farsi. Sia ben chiaro, non cerchiamo una moglie per me, cerchiamo una donna che ami questi figli». I quali ora ascoltano e sorridono, rifiutando ancora ciò che presto avverrà. «Loro non accettano che la mamma stia morendo. La notte di Natale la passeremo tutti in clinica con lei. Poi sarà lei a tornare a casa, vuole morire qui».
Ora mangiamo intorno al tavolone di legno, lo ha fatto a mano Simone, il figlio morto di Aids. I ragazzi servono con dedizione quel padre tanto burbero quanto dolce quando si rivolge a loro. Vittorio li guarda uno a uno: «Tutti, sapendo che Gemma se ne sta andando, mi dicono smetti, chiudi tutto. Ma questo non è un albergo, è una famiglia. Una famiglia può chiudere?».


 


 

 

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La vita che vince!


una storia straordinaria Alle porte di Milano, moglie e marito hanno 8 figli. Ma in 30 anni ne hanno accolti a decine. E oggi che Gemma è sempre più grave…

 

«La mia famiglia? Il dono che faccio a un’altra donna»

 

Questo articolo in realtà è un appello. Non si chiedono soldi, non si cerca aiuto. È un appello eccezionale ed esce da una storia eccezionale, quindi per comprenderlo dovrete seguirci dall’inizio alla fine, incontrando gli avvenimenti esattamente come li abbiamo incontrati noi.
«Attualmente quanti figli avete?». Una domanda che di solito non inizia con attualmente, ma nel caso della signora Gemma Barlotti Prosperi, 63 anni, è necessario. «In questo momento otto – risponde – ma in questi 30 anni di matrimonio c’è stato un via vai di figli. Molti sono usciti di casa, hanno scelto giustamente la loro autonomia, ma tutti tornano a trovarci, noi restiamo il loro punto di riferimento…». Figli adottivi, o accolti in un affido che però, raggiunta la maggiore età, non si interrompe, anzi, si tramuta in un rapporto volontario ancora più saldo.
C’è Giovanna, 24 anni e un lieve ritardo, reso invisibile da una naturale predisposizione alla gentilezza. «Ha i genitori ma sta con noi da anni. Purtroppo non lavora – si rammarica Gemma – perché si distrae… Sa, la gente non ha pazienza e il tempo è denaro». Poi c’è Stefano, 38 anni, in casa da quando ne aveva 14: «In teoria è oligofrenico ma ormai è del tutto indipendente. Ha preso il patentino e guida una di quelle macchinette senza targa con cui va al lavoro, in un salumificio». Altra figlia? «Emanuela. Ha 24 anni, ce la siamo portata a casa quando aveva un anno. Nell’istituto in cui era stata abbandonata aveva già fatto quattro polmoniti, così da allora in estate la portiamo al mare una settimana con tutte le femmine. Oggi lavora nella mensa delle Orsoline, la scuola dove ha studiato, e ci va da sola, con i mezzi. È down…», butta lì l’ultima cosa, e capisci quanto poco è importante.
C’è ormai da perdersi, ma Gemma procede con occhi che brillano di vera felicità. Tocca a Valeria, l’unica ancora in affido perché ha solo 17 anni. La più giovane, quindi?, chiediamo sicuri. «No, perché c’è anche una mamma con la sua bambina. ..». Okay, passo indietro, ci rassegnamo ad andare con calma. Valeria, dunque: «L’abbiamo accolta cinque anni fa, ha la sindrome di William, ma ormai si gestisce bene». Torniamo alla ragazza madre: «Sara è magnifica, oggi ha 37 anni ma da noi è arrivata a 21, con la sua Mary di appena 20 giorni. Sono eritree. Per noi quando sono arrivate sono state una manna dal cielo, ci sentivamo soli…». Soli? «Era appena morto Simone, un bellissimo ragazzo malato di Aids. Bello e buono. Quando ormai era in rianimazione ci vide oltre il vetro e chiese ai medici di faci entrare anche se non si poteva. ‘Ci sono i miei genitori’, disse…». Sara e Mary una manna dal cielo, dunque, «quella volta siamo diventati genitori e nonni in un colpo solo», si illumina ridendo. «Erano senza documenti. Ora Sara è assunta in una ditta mentre Mary, 16 anni, studia alle Orsoline ed è bravissima». In 16 anni Gemma e Vittorio non hanno mai chiesto se il padre della bimba fosse italiano o eritreo: «Per noi la loro vita inizia quando entrano in casa nostra, il passato non interessa». Così le porte si sono aperte anche per David, 25 anni, giunto clandestino su un barcone, oggi impiegato, regolare, con passaporto italiano di rifugiato politico: «Buono come il pane, gentile, sarà un dolore per i fratelli quando se ne andrà in Norvegia», dove presto avrà il riavvicinamento con la moglie fisioterapista, eritrea come lui.
Manca solo Pierluigi, 37 anni. E lui dove lo avete preso? «No, lui è venuto da solo a bussare, 8 anni fa. Sano come un pesce ma con problemi di gioco. Non se n’è più andato. Oggi guida i muletti e fa volontariato per aiutare i giocatori d’azzardo». Due genitori li avrebbe, proprio nello stesso paese, ma «va a trovarli poi torna sempre a casa».
Casa. Famiglia. Parola sempre forte, ma che in questa storia inverosimile, eppure così vera e in fondo semplice, assume un valore magico, quasi da libro di favole. Al punto che dal cappello all’improvviso spunta un altro figlio. Gemma se l’era ‘sc ordato’. Ed è l’unico nato da lei. «Ha 37 anni e mi ha dato tre nipotini, l’ultima di 4 mesi, ma lui vive con la sua famiglia…». Quando era piccolo, in casa c’era solo lui: «Allora facevamo solo volontariato in una comunità, andavamo a lavare, stirare, cucinare… Massimo veniva con noi e giocava con gli orfanelli. Poi ci siamo resi conto che la nostra era una scelta di comodo: la sera tornavamo nella nostra casa belli felici e i problemi restavano fuori fino all’indomani… Troppo comodo».
Così, 30 anni fa, iniziò quel via vai di figli che oggi Gemma ci racconta dal suo letto in clinica, reparto terminali. Il tumore le ha già preso gli organi vitali e le ossa, e sta passando al cervello. Mentre racconta squilla il telefono, è Vittorio. A lei hanno appena iniettato la morfina ma raccoglie il fiato per ostentare una voce sicura: «Oggi sto proprio bene», gli dice. E lui le crede.
«Il mio cruccio non è la malattia – spiega -, quella c’è… ma non posso lasciare senza un affetto materno i miei figli: Vittorio lavora fino a sera, morirò contenta solo quando saprò che una donna, anche un’anziana signora, o una suora laica, o qualunque altra donna andrà a vivere in quella casa per continuare la mia opera. Io so che da qualche parte questa donna c’è. Vi prego, scrivetelo, trovatela. È il regalo del mio Natale».

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