24 February 2008 - Bakhita
Da “Spe salvi” Benedetto XVI
L'esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all'africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All'età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all'avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L'8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l'incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l'aveva « redenta», non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti,raggiungere tutti.
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10 February 2008 - le ceneri.. don Tonino Bello
Tornare in polvere è la sorte che apparentemente accomuna uomini e animali. L'essere umano però non è solo carne, ma anche spirito; se la carne ha come destino la polvere, lo spirito è fatto per l'immortalità. Il credente inoltre sa che Cristo è risorto, vincendo anche nel suo corpo la morte. Verso questa prospettiva anch'egli cammina nella speranza. Ricevere la cenere sul capo significa, pertanto, riconoscersi creature, fatte di terra e destinate alla terra ; significa, al tempo stesso, proclamarsi peccatori, bisognosi del perdono di Dio per poter vivere secondo il Vangelo ; significa, infine, ravvivare la speranza del definitivo incontro con Cristo nella gloria e nella pace del Cielo. “Ogni cosa è seme, ma si fatica a capire che siamo soltanto polvere” Non c’è definizione migliore per il tempo quaresimale. Ogni cammino spirituale profondo è seme e ogni seme fiorirà sulla Croce per poi donare la vita nuova nella Veglia di Pasqua, la madre di tutte le veglie, attraverso la rigenerazione battesimale. Ma è anche il tempo che si premura di ricordarci sin dai suoi inizi, che siamo polvere. Anzi il primo gesto è proprio imporre sul nostro capo della polvere, delle ceneri. Però che fatica capire che siamo polvere! Quale compito impegnativo è a noi affidato in questa Quaresima e in questo tempo di Passione! Capire che siamo polvere e che torneremo alla polvere è spalancare la mente ed il cuore a Dio, tornare a lui. È fare nostro l’invito del Figlio: “Convertitevi!”. La nostra nullità, la nostra polvere, si illumina allora di salvezza e di eternità. E sarà Pasqua! Risurrezione, vita vera. Cammino di gioia. Sì, perché la Quaresima pur sottolineando tanti elementi al negativo (rinunce, privazioni, digiuni….) non toglie dal cammino cristiano la gioia. La interiorizza. Tutto ciò è per sperimentare una gioia nuova, più piena nella carità. Cenere in testa e acqua sui piedi. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”. È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine e trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi. Un grande augurio.
(don Tonino Bello, vescovo)
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10 February 2008 - DONAPHONE
IL COMUNE DI UBOLDO HA ADERITO
ALL’INIZIATIVA “DONAPHONE”,su invito della Caritas
Ambrosiana
·
ATTIVAZIONE DI UN SISTEMA DI RECUPERO
TELEFONI CELLULARI USATI ATTRAVERSO APPOSITI
CONTENITORI –ECOBOX- DA POSIZIONARE
PERSSO STRUTTURE PUBBLICHE E /O PRIVATE;
·
CONVENZIONE TRA IL COMUNE
UBOLDO-CONSORZIO FARSI PROSSIMO- COOP.VESTI SOLIDALE
ONLUS
Un’iniziativa
per il riciclaggio e riutilizzo di vecchi cellulari, dal forte contenuto
ambientale e con scopo sociale:
La
Coop. “Vesti solidale” e “Coop Lombardia” hanno elaborato il
primo progetto in Italia ai fini del
recupero
Solidale
dei telefonini cellulari.
I
cellulari sono gli accessori che vengono sostituiti con maggior frequenza: la
maggioranza diventa rifiuto di difficile
smaltimento
dal
momento che alcuni componenti usati per la loro costruzione sono dannosi per
l’ambiente, come i metalli pesanti
piombo,cadmio,
cromo,e
le plastiche.
Il
problema è grave in Italia dove nessuna società di telefonia mobile recupera
sistematicamente l’usato,nonostante il nostro
Paese
sia
ai vertici nella densità di diffusione dei cellulari con 1,34 apparecchi per
abitante.
DA QUI L’IDEA DI
“DONAPHONE”
Gli
apparecchi saranno ricommercializzati o opportunamente lavorati per ottimizzare
il recupero dei materiali.
Il
RICAVATO sarà utilizzato per finanziare al costruzione di una nuova struttura di
accoglienza per donne con bambini in
difficoltà.
Non
solo. Si occuperà della raccolta la Coop.”Vesti
Solidale” che impiega personale
svantaggiato
OCCHIO QUINDI ALLA SCRITTA
"DONAPHONE"! E
CONTRIBUITE!

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5 February 2008 - Harry Wu
Mercoledì 23 gennaio
presso la sala conferenze del PIME di Milano è stato presentato il libro “I
miei anni nei Gulag cinesi” del professor Harry Wu. Don Giancarlo e una parte
del gruppo missionario hanno partecipato all’incontro.
Il professor Harry
Wu (in Cinese Wu
Hongda 吳弘達)
è un attivista
per i diritti umani
nella Repubblica Popolare Cinese. Ora residente
e cittadino degli Stati Uniti, Wu ha trascorso 19 anni nei campi di lavoro cinesi, che poi ha fatto
conoscere col termine "laogai".Proveniente da una famiglia agiata (il padre era
banchiere, la madre era una discendente di proprietari terrieri), Wu ricorda la
sua infanzia come "pacifica e gradevole", ma la sua fortuna cambiò
dopo la fine della guerra civile cinese nel 1949.
Studiò all'Istituto di Geologia di Pechino,
dove fu arrestato la prima volta nel 1956 per aver criticato il Partito Comunista Cinese durante la Campagna dei Cento Fiori. Benché mai
formalmente incriminato e sottoposto a processo, nel 1960 fu inviato nei "laogai"
("riforma attraverso il lavoro") con l'accusa di essere un controrivoluzionario. Lì rimase per 19 anni
durante i quali fu trasferito in 12 differenti campi e costretto ad estrarre
carbone, costruire strade e lavorare la terra. Il tragico racconto di quei 19
anni è raccolto in Bitter Winds (1994), memoria delle sue esperienze nei
Laogai (edizione italiana: Contro rivoluzionario. I miei anni nei Gulag
Cinesi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2008).
Nel suo libro, scritto insieme alla giornalista Carolyn Wakeman, Harry Wu
narra la storia della sua prigionia e della sua sopravvivenza, degli
straordinari atti di coraggio che lui e i compagni dovettero praticare per
aiutarsi reciprocamente con un indimenticabile eroismo. Con particolari a volte
persino raccapriccianti, Wu presenta la vita di prigionia, quando si
setacciavano i campi alla ricerca di rane e di serpenti che poi la notte nelle
baracche diventavano cibo. Più di una volta al limite della morte e della
pazzia, Wu riesce a risalire dagli abissi del nulla, grazie alla forza della
dignità personale. Così scrive di questo libro il Los Angeles Times: “Bitter
Winds merita di essere accostato ad Arcipelago Gulag di Aleksandr
Solzhenitsyn quale insuperabile e personale testimonianza di che cosa accadeva
a milioni di uomini e donne innocenti”. Il libro è la storia veramente toccante
della vittoria di un uomo, è una testimonianza indelebile del potere dello
spirito umano. Quando è uscito negli Stati Uniti, la “New York Times Book
Review” ha nominato Bitter Winds “libro dell'anno”.
Rilasciato nel 1979
durante la liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong,
Wu si è trasferito negli Stati Uniti, dove è diventato professore di Geologia
all'Università della California, Berkeley.
Lì cominciò a scrivere delle sue esperienze nei Laogai e nel 1992 rinunciò
all'insegnamento per diventare un attivista per i diritti umani,
dedicandosi a tempo pieno alla diffusione della verità sulla Cina. A questo
scopo ha creato la Laogai Research Foundation, organizzazione
di ricerca e pubblica educazione non-profit. Il lavoro della fondazione è riconosciuto
come fonte primaria di informazioni sui campi di lavoro cinesi. Wu ha
testimoniato di fronte a diversi Congressi negli Stati Uniti, al parlamento
del Regno Unito, della Germania, dell'Australia, alle Nazioni Unite
e, grazie all'interessamento di Alternativa Sociale, anche al Parlamento Europeo.
Nel 1995
Wu, già cittadino statunitense, fu arrestato mentre tentava di rientrare in
Cina. Il governo cinese lo trattenne per 66 giorni prima sottoporlo ad un
rapido processo in cui lo accusava di spionaggio
al termine del quale fu condannato a 15 anni di prigione e subito espulso. Wu
attribuisce il suo rilascio ad una campagna internazionale in quei giorni in
suo favore.
Wu ha ricevuto il "Premio Libertà" dalla "Federazione
Ungherese Attivisti per la Libertà" nel 1991. Nel 1994 ha ricevuto il primo
"Premio Martin Ennals per i Diritti Umani" dalla "Fondazione
Svizzera Martin Ennals". Nel 1996, fu insignito della "Medaglia alla Libertà"
dalla "Fondazione Tedesca per la Resistenza della Seconda Guerra
Mondiale". Ha anche ricevuto la laurea ad honorem dall'Università di St.
Louis e dalla Università Americana di Parigi nel 1996.
Wu è attualmente Direttore Esecutivo della "Laogai Research
Foundation" e del Centro Informazioni sulla Cina. Entrambe le
organizzazioni sono situate a Washington DC e sono finanziate principalmente
dal National Endowment for Democracy.
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