La vita che vince!


una storia straordinaria Alle porte di Milano, moglie e marito hanno 8 figli. Ma in 30 anni ne hanno accolti a decine. E oggi che Gemma è sempre più grave…

 

«La mia famiglia? Il dono che faccio a un’altra donna»

 

Questo articolo in realtà è un appello. Non si chiedono soldi, non si cerca aiuto. È un appello eccezionale ed esce da una storia eccezionale, quindi per comprenderlo dovrete seguirci dall’inizio alla fine, incontrando gli avvenimenti esattamente come li abbiamo incontrati noi.
«Attualmente quanti figli avete?». Una domanda che di solito non inizia con attualmente, ma nel caso della signora Gemma Barlotti Prosperi, 63 anni, è necessario. «In questo momento otto – risponde – ma in questi 30 anni di matrimonio c’è stato un via vai di figli. Molti sono usciti di casa, hanno scelto giustamente la loro autonomia, ma tutti tornano a trovarci, noi restiamo il loro punto di riferimento…». Figli adottivi, o accolti in un affido che però, raggiunta la maggiore età, non si interrompe, anzi, si tramuta in un rapporto volontario ancora più saldo.
C’è Giovanna, 24 anni e un lieve ritardo, reso invisibile da una naturale predisposizione alla gentilezza. «Ha i genitori ma sta con noi da anni. Purtroppo non lavora – si rammarica Gemma – perché si distrae… Sa, la gente non ha pazienza e il tempo è denaro». Poi c’è Stefano, 38 anni, in casa da quando ne aveva 14: «In teoria è oligofrenico ma ormai è del tutto indipendente. Ha preso il patentino e guida una di quelle macchinette senza targa con cui va al lavoro, in un salumificio». Altra figlia? «Emanuela. Ha 24 anni, ce la siamo portata a casa quando aveva un anno. Nell’istituto in cui era stata abbandonata aveva già fatto quattro polmoniti, così da allora in estate la portiamo al mare una settimana con tutte le femmine. Oggi lavora nella mensa delle Orsoline, la scuola dove ha studiato, e ci va da sola, con i mezzi. È down…», butta lì l’ultima cosa, e capisci quanto poco è importante.
C’è ormai da perdersi, ma Gemma procede con occhi che brillano di vera felicità. Tocca a Valeria, l’unica ancora in affido perché ha solo 17 anni. La più giovane, quindi?, chiediamo sicuri. «No, perché c’è anche una mamma con la sua bambina. ..». Okay, passo indietro, ci rassegnamo ad andare con calma. Valeria, dunque: «L’abbiamo accolta cinque anni fa, ha la sindrome di William, ma ormai si gestisce bene». Torniamo alla ragazza madre: «Sara è magnifica, oggi ha 37 anni ma da noi è arrivata a 21, con la sua Mary di appena 20 giorni. Sono eritree. Per noi quando sono arrivate sono state una manna dal cielo, ci sentivamo soli…». Soli? «Era appena morto Simone, un bellissimo ragazzo malato di Aids. Bello e buono. Quando ormai era in rianimazione ci vide oltre il vetro e chiese ai medici di faci entrare anche se non si poteva. ‘Ci sono i miei genitori’, disse…». Sara e Mary una manna dal cielo, dunque, «quella volta siamo diventati genitori e nonni in un colpo solo», si illumina ridendo. «Erano senza documenti. Ora Sara è assunta in una ditta mentre Mary, 16 anni, studia alle Orsoline ed è bravissima». In 16 anni Gemma e Vittorio non hanno mai chiesto se il padre della bimba fosse italiano o eritreo: «Per noi la loro vita inizia quando entrano in casa nostra, il passato non interessa». Così le porte si sono aperte anche per David, 25 anni, giunto clandestino su un barcone, oggi impiegato, regolare, con passaporto italiano di rifugiato politico: «Buono come il pane, gentile, sarà un dolore per i fratelli quando se ne andrà in Norvegia», dove presto avrà il riavvicinamento con la moglie fisioterapista, eritrea come lui.
Manca solo Pierluigi, 37 anni. E lui dove lo avete preso? «No, lui è venuto da solo a bussare, 8 anni fa. Sano come un pesce ma con problemi di gioco. Non se n’è più andato. Oggi guida i muletti e fa volontariato per aiutare i giocatori d’azzardo». Due genitori li avrebbe, proprio nello stesso paese, ma «va a trovarli poi torna sempre a casa».
Casa. Famiglia. Parola sempre forte, ma che in questa storia inverosimile, eppure così vera e in fondo semplice, assume un valore magico, quasi da libro di favole. Al punto che dal cappello all’improvviso spunta un altro figlio. Gemma se l’era ‘sc ordato’. Ed è l’unico nato da lei. «Ha 37 anni e mi ha dato tre nipotini, l’ultima di 4 mesi, ma lui vive con la sua famiglia…». Quando era piccolo, in casa c’era solo lui: «Allora facevamo solo volontariato in una comunità, andavamo a lavare, stirare, cucinare… Massimo veniva con noi e giocava con gli orfanelli. Poi ci siamo resi conto che la nostra era una scelta di comodo: la sera tornavamo nella nostra casa belli felici e i problemi restavano fuori fino all’indomani… Troppo comodo».
Così, 30 anni fa, iniziò quel via vai di figli che oggi Gemma ci racconta dal suo letto in clinica, reparto terminali. Il tumore le ha già preso gli organi vitali e le ossa, e sta passando al cervello. Mentre racconta squilla il telefono, è Vittorio. A lei hanno appena iniettato la morfina ma raccoglie il fiato per ostentare una voce sicura: «Oggi sto proprio bene», gli dice. E lui le crede.
«Il mio cruccio non è la malattia – spiega -, quella c’è… ma non posso lasciare senza un affetto materno i miei figli: Vittorio lavora fino a sera, morirò contenta solo quando saprò che una donna, anche un’anziana signora, o una suora laica, o qualunque altra donna andrà a vivere in quella casa per continuare la mia opera. Io so che da qualche parte questa donna c’è. Vi prego, scrivetelo, trovatela. È il regalo del mio Natale».

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