le ceneri.. don Tonino Bello

Tornare in polvere è la sorte che apparentemente accomuna uomini e animali. L’essere umano però non è solo carne, ma anche spirito; se la carne ha come destino la polvere, lo spirito è fatto per l’immortalità. Il credente inoltre sa che Cristo è risorto, vincendo anche nel suo corpo la morte. Verso questa prospettiva anch’egli cammina nella speranza. Ricevere la cenere sul capo significa, pertanto, riconoscersi creature, fatte di terra e destinate alla terra ; significa, al tempo stesso, proclamarsi peccatori, bisognosi del perdono di Dio per poter vivere secondo il Vangelo ; significa, infine, ravvivare la speranza del definitivo incontro con Cristo nella gloria e nella pace del Cielo. ”Ogni cosa è seme, ma si fatica a capire che siamo soltanto polvere” Non c’è definizione migliore per il tempo quaresimale. Ogni cammino spirituale profondo è seme e ogni seme fiorirà sulla Croce per poi donare la vita nuova nella Veglia di Pasqua, la madre di tutte le veglie, attraverso la rigenerazione battesimale. Ma è anche il tempo che si premura di ricordarci sin dai suoi inizi, che siamo polvere. Anzi il primo gesto è proprio imporre sul nostro capo della polvere, delle ceneri. Però che fatica capire che siamo polvere! Quale compito impegnativo è a noi affidato in questa Quaresima e in questo tempo di Passione! Capire che siamo polvere e che torneremo alla polvere è spalancare la mente ed il cuore a Dio, tornare a lui. È fare nostro l’invito del Figlio: ”Convertitevi!”. La nostra nullità, la nostra polvere, si illumina allora di salvezza e di eternità. E sarà Pasqua! Risurrezione, vita vera. Cammino di gioia. Sì, perché la Quaresima pur sottolineando tanti elementi al negativo (rinunce, privazioni, digiuni….) non toglie dal cammino cristiano la gioia. La interiorizza. Tutto ciò è per sperimentare una gioia nuova, più piena nella carità. Cenere in testa e acqua sui piedi. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un ”linguaggio a lunga conservazione”. È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine e trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: ”Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello ”shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo ”udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? ”Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare…  sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi. Un grande augurio.

(don Tonino Bello, vescovo)

 

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